Interviste

INTERVISTA – Claudio Calabrese autore di “Di Fuga in Fuga”

Rayan Biker è “italiano di fatto ma non di diritto”: perché ha scelto proprio questa condizione come punto di partenza del romanzo?

Ho scelto questa condizione perché è la ragione che mi ha spinto a scrivere il romanzo. Rayan, che è il prototipo di tanti ragazzi in condizioni analoghe, vive in una situazione sospesa.

Rayan arriva in Italia a soli quattro anni, ma la sua condizione giuridica rimane irrisolta: quanto pesa, nella sua storia, il paradosso di sentirsi italiano senza essere riconosciuto come tale?

Pesa moltissimo, poiché si è ciò che si vive quotidianamente. Rayan ne è la dimostrazione plastica. Purtroppo lo Stato fa finta di niente.

Nel romanzo il rapporto tra Rayan, la madre Halima e Gennaro cambia profondamente con la nascita di Anastasia: quanto è importante la dimensione familiare per raccontare il senso di esclusione del protagonista?

La famiglia è fondamentale. Lo sappiamo tutti quanto le dinamiche famigliari influenzino la vita di una persona, soprattutto di un adolescente. Rayan è stato escluso due volte, dalla famiglia, in particolare da colui che pensava fosse il suo papà, Gennaro e dalla Stato, quella che pensava fosse la sua patria.

Anastasia diventa cittadina italiana dalla nascita, mentre Rayan rimane escluso da questo riconoscimento: cosa rappresenta, per lei, questo contrasto tra i due fratelli?

È la dimostrazione chiara che non siamo in grado di vedere i dettagli, i particolari, stessa madre, padri differenti e pertanto diritti diversi.

Rayan, dopo aver affrontato solitudine e difficoltà, decide di farsi interprete di tutti coloro che vivono la sua stessa condizione: quando una vicenda personale può trasformarsi in una battaglia collettiva?

Rayan è il simbolo di una lotta fondamentale che va fatta per un diritto per i tanti che non hanno voce e che rischiano di averne sempre meno.

“Di fuga in fuga” richiama una letteratura impegnata e vuole sollecitare un cambiamento sociale: secondo lei, quale dovrebbe essere oggi il ruolo di uno scrittore davanti alle ingiustizie della società?

L’artista, che sia scrittore, pittore, regista, attore o altro, ha la responsabilità di uscire dallo studio e farsi carico dei problemi sociali, altrimenti la sua diventa arte per l’arte e fine a se stessa.

Il romanzo racconta anche il tema dell’identità: quanto è difficile costruire la propria identità quando il Paese in cui si è cresciuti non riconosce pienamente quella appartenenza?

È quasi impossibile e contribuisce ai grandi problemi che abbiamo. Persone che non sanno chi sono, inevitabilmente sono vulnerabili con tutte le conseguenze del caso.

Rayan comprende di dover contare soprattutto sulle proprie forze per raggiungere i suoi obiettivi: è un personaggio che rappresenta soprattutto la resilienza individuale o, al contrario, la necessità di una società più inclusiva?

Resilienza è un termine che da quale che tempo, in particolare da quando abbiamo il PNRR, è molto in voga. Sì Rayan è resiliente, non ha scelta, o resistere, o soccombere.

Nel raccontare la vicenda di Rayan, quanto è stato importante confrontarsi con la realtà dell’Alto Adige e con la sua particolare storia culturale e identitaria?

La realtà altoatesina è interessante, sicuramente questa terra caratterizzata da differenze culturali, dove il rapporto tra italiani e tedeschi in Alto Adige è diverso rispetto a quello verso gli immigrati.

Qual è il messaggio che vorrebbe rimanesse al lettore dopo aver chiuso “Di fuga in fuga”, soprattutto rispetto al tema dei diritti e dell’appartenenza?

Spero che si riesca ad andare oltre la solita dicotomia bianco e nero, per vedere anche le sfumature importanti che vivono persone con background migratorio.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *